ITALIA 1920-1945 DA DE PISIS A GUTTUSO DA SASSU A VEDOVA Fondazione Credito Bergamasco 5.05-9.06.2017

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Dalla Triennale di Milano a Palazzo Creberg una straordinaria esposizione di opere d’arte italiana tra le due Guerre.

Dal 5 maggio al 1° giugno il Palazzo Storico del Credito Bergamasco ospiterà oltre settanta capolavori provenienti dalla Collezione Giuseppe Iannaccone: da de Pisis a Guttuso da Sassu a Vedova.

In Sala Consiglio, per tutto il periodo di mostra, un vero e proprio “cantiere aperto”, con restauratori al lavoro su opere di Lorenzo Lotto e Andrea Previtali.

Bergamo, 4 maggio 2017

Italia 1920 – 1945. La collezione Giuseppe Iannaccone

La collezione Giuseppe Iannaccone approda a Bergamo, a Palazzo Creberg, dopo aver appassionato e stupito – da gennaio a marzo 2017 – il numeroso pubblico della Triennale di Milano.

Italia 1920 – 1945 – questo il titolo dell’esposizione diretta da Angelo Piazzoli, Segretario generale della Fondazione Creberg, e curata da Rischa Paterlini e Paola Silvia Ubiali – si compone di oltre settanta capolavori d’arte italiana degli anni tra le due Guerre, provenienti dalla straordinaria collezione dell’avvocato Giuseppe Iannaccone, e sarà allestita nel Palazzo Storico del Credito Bergamasco dal 5 maggio al 1° giugno 2017.

«Quello evocato nella collezione Iannaccone è un territorio in parte ancora inesplorato – sconosciuto ai più – ma ricco di valori profondi, un mondo di gioie e drammi, un universo costellato di micro-narrazioni e di vicende vissute che hanno contribuito alla costruzione della storia dell’arte e della cultura del nostro paese nel cruciale periodo che va dal primo dopoguerra al secondo conflitto mondiale» afferma Angelo Piazzoli, Segretario generale della Fondazione e direttore dell’esposizione.

«È straordinario che tali esperienze, svoltesi in un tempo passato, possano essere oggi rilette e raccontate attraverso una collezione di dipinti» prosegue Piazzoli. Ma la sorpresa nel constatare che la collezione, frutto di oltre trent’anni di meticolose ricerche per il mondo di opere di assoluta qualità, non era mai uscita nella sua interezza dalle “stanze del collezionista” ha suscitato in noi il forte desiderio di comunicarne lo straordinario valore storico e artistico attraverso una mostra a Bergamo che potesse rimarcarne l’importanza attraverso una visione globale».

Giuseppe Iannaccone inizia a collezionare alla fine degli anni Ottanta, per passione e curiosità, e trova nell’arte un rifugio intimo e personale, un luogo dell’anima accessibile solo a lui dove ricevere conforto e sostegno al di fuori della vita di tutti i giorni. Il suo interesse si concentra subito sull’arte italiana tra le due guerre, catturato dalla capacità degli artisti “non allineati”, al di fuori dei canoni di Novecento e del ritorno all’ordine, di cogliere la profondità dell’animo umano in tutte le sue sfaccettature. Gli artisti – Birolli, Guttuso, Mafai, Pirandello, Scipione, Vedova... – e le loro opere diventano così compagni di viaggio, le loro biografie e le loro vicende umane e professionali diventano stimolo per continui studi e ricerche, nel tentativo di ricostruire un percorso non ancora così esplorato dalla storia dell’arte ufficiale, ma senza nessuna pretesa di completezza o esaustività. L’incontro con alcune personalità influenti, come Elena Pontiggia, Claudia Gian Ferrari o Zeno Birolli, con cui negli anni inizia a confrontarsi, lo convincono sempre di più dell’importanza di perseguire la strada dettata dal proprio istinto, alla ricerca non tanto di grandi nomi da aggiungere alla collezione, ma di grandi opere di quegli artisti nella cui umanità si rispecchia. Per l’avvocato Iannaccone l’opera d’arte è qualcosa di sublime, che alimenta lo spirito e che astrae lo spettatore, finché la contempla, fino a donare un’emozione senza tempo. Negli anni la sua raccolta è cresciuta senza seguire apparentemente un preciso ordine storico-cronologico, ma affidandosi a un gusto che si è andato raffinando e a un sapere sempre più qualificato, lontano dalle mode del momento, libero dalle responsabilità e dai vincoli didattici a cui un museo pubblico dovrebbe rispondere se volesse rappresentare il periodo tra le due Guerre, senza preoccuparsi del mercato, arrivando spesso a opere decisive di artisti che per qualità pittorica e datazione aprirono la strada a un nuovo modo di fare pittura, segnando un momento significativo di cambiamento.

«Era da tanti anni che desideravo realizzare una mostra pubblica della mia raccolta» commenta l’avv. Iannaccone. «Ritenevo che ormai la collezione, dopo decine d'anni di ricerca di opere storiche, dopo aver messo insieme i protagonisti dell'espressionismo italiano tra le due Guerre, rappresentasse una bella storia, una storia vera del nostro Paese che meritasse di essere raccontata, che dovesse essere conosciuta da tutti. Il mio sogno era che fosse un'Istituzione Pubblica ad accorgersi della mia raccolta e, in particolare, desideravo che fosse Milano, la mia amata Milano, la mia città adottiva a chiedermi di esporla e di raccontarla ai miei concittadini. Avevo deciso che avrei respinto eventuali proposte di esposizione in altre città, avrei aspettato Milano. Era diventato il mio più grande desiderio, ma il tempo passava, gli anni passavano e il mio sogno restava nel cassetto. Fu così che un giorno Angelo Piazzoli, Segretario generale della Fondazione del Credito Bergamasco, mi chiese di esporre la mia collezione a Bergamo. Me lo chiese con un entusiasmo, con una passione, con un’ammirazione per i miei quadri che mi fece riflettere. Un entusiasmo così, una visione precisa della storia che io avevo inteso raccontare, andavano assolutamente premiati. Poi Bergamo è una città decisiva per i miei artisti, è la città che, in vita, li celebrò maggiormente con il famoso 'Premio Bergamo', unica manifestazione pubblica alla quale i miei artisti erano ammessi durante il 'regime'. Fu così che accettai con entusiasmo la proposta del dott. Piazzoli. Era stata già fissata la data dell'esposizione, si stava già pensando agli allestimenti, quando mi chiamò l'ing. Claudio De Albertis, Presidente della Triennale di Milano per propormi la mostra della collezione nella mia città. Fu per me una grande emozione, il sogno si sarebbe potuto realizzare, ma io avevo dato la mia parola al dott. Piazzoli, mi ero impegnato con lui. Lo chiamai per riferirgli della proposta del Presidente De Albertis, ma gli precisai subito che, ovviamente, avrei rispettato l'impegno preso con lui. Il dott. Piazzoli fu fantastico: “avvocato” mi disse “lei sta per realizzare un sogno, faccia serenamente la mostra a Milano, noi cambieremo i nostri programmi e realizzeremo l'esposizione quando sarà terminata quella alla Triennale”. Voglio ringraziare ancora il dott. Piazzoli per aver notato prima di tutti la mia collezione e di averne colto, prima di altri, il valore storico, ma lo ringrazio principalmente per la sua generosità umana che oggi mi dà ancora più entusiasmo nel realizzare questa bella esibizione a Bergamo».

«Non posso non ringraziare l’avv. Iannaccone per la straordinaria opportunità che offre al nostro pubblico. La mostra nel Palazzo Storico del Credito Bergamasco era stata programmata per il mese di ottobre 2016 – spiega Angelo Piazzoli; tuttavia, dopo aver saputo dell’improvvisa opportunità che la collezione fosse esposta interamente alla Triennale di Milano, abbiamo ceduto immediatamente il passo, posticipando di qualche mese il “nostro” evento, felici per questa singolare coincidenza di interessi verso la collezione, e accettando con piacere la prestigiosa proposta, offerta gratuitamente alla Fondazione Creberg, di essere partner della mostra in Triennale nonché – seppur indirettamente – della prossima tappa già fissata nella prestigiosa Estorick di Londra».

«Mi preme inoltre ringraziare il Gruppo Bonaldi che, attraverso il Centro Porsche Bergamo, ha assicurato un sostegno alla presente esposizione con generosa signorilità, in linea con una tradizione di mecenatismo e di responsabilità sociale che ha sempre caratterizzato la famiglia Bonaldi» conclude il Segretario generale della Fondazione».

«Il Gruppo Bonaldi, in quasi sessant’anni di storia, ha fatto dell’attenzione al territorio e alla cultura uno stile qualificante» afferma Simona Bonaldi, Amministratore Delegato Gruppo Bonaldi. «La responsabilità sociale dell’impresa per noi si esprime nella cura delle risorse umane ma anche nell’impegno per la tutela e la promozione del patrimonio artistico, storico e culturale dei luoghi in cui svolgiamo la nostra attività. Così nasce il nostro impegno da fondatori in GAMeC, il sostegno alle Grandi mostre, la partecipazione al restauro di importanti beni storico-artistici, come il Teatro Donizetti e la Chiesa di San Bartolomeo a Bergamo, il monumento del Confalonieri ad Alessandro Manzoni a Lecco, la Statua dei Due Ercoli a Cremona.

Sono stata molto colpita dalla Collezione Iannaccone: per la qualità, la ricercatezza e la ricchezza delle opere, certamente, ma non di meno per il contagioso entusiasmo e la rara passione del Collezionista. Ci siamo sentiti parte di un grande progetto, un sogno che è diventato realtà.

Bonaldi per l’arte, che in questa occasione si esprime con il marchio Porsche, è una scelta per la collettività, vera passione per la bellezza, gusto per la realizzazione di grandi imprese».

Il percorso espositivo a Palazzo Creberg

L’esposizione Italia 1920 – 1945 si snoda nel Salone principale e nel Loggiato del Palazzo Storico del Credito Bergamasco. Ad accogliere il visitatore, all’ingresso, opere di Fausto Pirandello artista che dopo una formazione pittorica presso la scuola d’arte di Felice Carena, da cui deriva, con originalità, il dipinto di scena campestre Composizione del 1924-1926, si trasferisce nel 1928 a Parigi dove avrà occasione per sperimentare nuove soluzioni tecniche, in particolare la materia corposa, e ampliare le proprie fonti di ispirazione come la natura morta di cui un esempio ne La lettera qui esposta.

Il percorso espositivo si articola poi in nuclei tematici che raggruppano opere di artisti che hanno gravitato attorno a scuole e movimenti o che semplicemente hanno condiviso momenti ed esperienze, accomunati da affini sensibilità. Si inizia con l’intera sala del piano terra dedicata alle opere di Renato Birolli, pittore dell’utopia e della realtà che ne La nuova Ecumene, al centro del Salone, vuole darci testimonianza della nuova pittura dove prende vita il sodalizio tra i giovani artisti uniti da ideali poetici ed espressivi. Salendo le scale si incontrano le opere di Aligi Sassu, in cui la pittura, già dai primi anni trenta, assume a proprio fondamento l’espressionismo del colore dove la cromia satura l’aria, andando oltre la semplice eccitazione visiva. Il percorso prosegue con un focus su Filippo de Pisis e Ottone Rosai, lontani entrambi dai canoni artistici ufficiali. Mentre quest’ultimo ritrae quartieri popolari in cui emerge un’onestà pittorica verso un reale, fatto di momenti giornalieri sospesi e muti, de Pisis avvia il suo percorso artistico nella nativa Ferrara, dove conosce i fratelli De Chirico e Carlo Carrà, rimanendo suggestionato dall’atmosfera di enigmatica e intensa sospensione della loro pittura. I soggetti prediletti da de Pisis sono i fiori e le nature morte, in cui riesce a fissare, con immediatezza, le emozioni che gli trasmettono gli oggetti, anche quelli più umili e fragili, cui affida la sua viva e intima visione esistenzialista della realtà. Rientrato in Italia a causa della guerra, de Pisis si stabilisce a Milano: la sua casa, come lo erano state in precedenza quelle di Roma e Parigi, diventa un punto di ritrovo per amici, poeti, letterati e pittori. Appartengono a questo periodo i dipinti di scene intime e domestiche pervase da una arcana sensualità, le brulicanti vedute milanesi e le nature morte cariche di oscuri presagi esposte in mostra.

Proseguendo il percorso si incontra un’opera di Tullio Garbari del 1931, che apre a una selezione di opere dei “Sei di Torino” – Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante, Carlo Levi, Francesco Menzio – gruppo formatosi alla fine degli anni Venti presso lo studio di pittura di Felice Casorati. Le fonti e le predilezioni visive condivise dai Sei proiettano il gruppo verso una modernità pittorica di respiro europeo, soprattutto francese, con schemi compositivi semplici ed essenziali ma dal ritmo chiaro e vivace, anti-monumentale e intimista, che prendono definitivamente le distanze dalla retorica dell’arte di regime. I soggetti ritratti rivelano una predilezione per la sfera quotidiana e per il mondo degli affetti, che si riflette tanto nei paesaggi urbani e naturali attraverso cui i pittori torinesi riabilitano un genere considerato allora marginale, quanto nelle figure e nei nudi rappresentati in chiave antieroica, aperta al divenire della vita. Le stesse istanze post-impressioniste sostenute dai “Sei di Torino” vengono abbracciate anche dai “Chiaristi lombardi”, un gruppo di artisti che gravita attorno alla galleria Il Milione di Milano: Angelo Del Bon, Francesco De Rocchi, Umberto Lilloni, con Adriano di Spilimbergo e, successivamente, Cristoforo De Amicis difendono una comune tendenza pittorica caratterizzata dall'uso di colori chiari, stesi in punta di pennello, giocata su gamme delicate per soggetti paesistici o per ambientazioni piccolo-borghesi e popolari, con un tratto quasi infantile, volutamente antiplastico, memore del primitivismo teorizzato da Lionello Venturi nell'omonimo testo del 1926. Il percorso prosegue con la “Scuola di via Cavour” – uno dei numerosi gruppi sorti tra il 1925 e il 1945 in opposizione al cosiddetto 'ritorno all'ordine' promosso dal gruppo “Novecento Italiano” di Margherita Sarfatti – che con il suo rifiuto dell'astrazione e dell'eroismo littorio ricolloca al centro della propria ricerca l'uomo, annullato nel manichino postmetafisico o nel 'mito della stirpe' della classicità monumentale novecentista. Le opere esposte di Mario Mafai, Antonietta Raphaël e Scipione, reali promotori del gruppo romano, sono accomunate da un linguaggio in opposizione al conformismo ufficiale, un linguaggio prevalentemente espressionista che troverà presto evoluzione nella pittura tonalista di artisti come Renato Guttuso, Fausto Pirandello e Alberto Ziveri, compagni di strada degli artisti della “Scuola di Via Cavour” e insieme a loro originali protagonisti del rinnovamento pittorico tra le due guerre. Dalla seconda metà degli anni Venti, la ricerca di una pittura giocata su essenziali stesure cromatiche sarà superata dai tre artisti per intraprendere, ciascuno sulla base della propria inclinazione e sensibilità, un più diretto e intenso lavoro di scavo nel reale.

La mostra prosegue poi lungo il corridoio con una carrellata di opere di artisti che nel 1939 partecipano alla prima mostra organizzata presso il Palazzo della Permanente dalla rivista Corrente di Vita Giovanile. Attorno al periodico si costituisce l’omonimo movimento artistico e intellettuale di poeti e scrittori (Nino Savarese, Vittorio Sereni, Elio Vittorini), critici (Sandro Bini, Raffaele De Grada, Umberto Silva) e filosofi (Luciano Anceschi, Enzo Paci, Luigi Preti). Luogo di confronto e dibattito, in cui una comune coscienza di libertà e di azione culturale è attenta alle tendenze più aggiornate della cultura artistica europea contemporanea, “Corrente” si oppone all'autarchia e all'isolamento nazionalista delle politiche culturali fasciste. Contrario alla pittura retorica e celebrativa sostenuta dal Premio Cremona, istituito nel 1939 dal gerarca Roberto Farinacci, il gruppo riunisce le forze innovatrici di giovani pittori e scultori di tendenze figurative tra le più eterogenee, il cui principale punto di riferimento è Guernica di Pablo Picasso: l'opera del 1937, ispirata ai fatti della guerra civile spagnola, diventa il simbolo di un'arte dell'impegno etico e civile in chiave risolutamente antifascista. È tra queste opere che il disegno, la forma e di conseguenza anche il colore cingono stretti gli oggetti, i volti delle persone ritratte, in un linguaggio che può già essere definito di nuovo realismo. A chiudere la mostra l’opera del 1942 di Emilio Vedova Il Caffeuccio Veneziano, che con la sua fattura ruvida e l’atmosfera irrespirabile segna un punto di non ritorno. Il quadro esposto all’ultima edizione del Premio Bergamo, è sembrato ai giovani del gruppo di “Corrente” un vero e proprio detonatore anticlassico: non si poteva costruire, in piena guerra, una pittura nuova, “moderna”, se non prima distruggendo i valori di quella che era andata di moda per vent’anni.

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